• 21 NOV 13

    I nostri genitori correvano più veloci

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    Se mamma o papà dicono ai figli «Io alla tua età correvo più veloce» hanno ragione e il trend chiama in causa trasversalmente maschi e femmine under 17, decisamente più pantofolai, meno resistenti e più molli dei genitori.

    Generazione di lenti: i ragazzini di oggi, considerato il segmento anagrafico che va dai 9 ai 17 anni, corrono meno forte rispetto ai loro equivalenti di un tempo e mediamente, negli ultimi 46 anni, si è perso il 5 per cento del tempo nelle prestazioni di velocità ogni dieci anni. Per quanto riguarda gli italiani e gli americani il ritardo rispetto a papà e mamma nelle corse sale addirittura al 6 per cento e in generale i giovani sono secondo gli esperti il 15% meno in forma dei loro genitori alla loro età. Basti pensare che in una corsa media di 1 miglio (1,609 km), vanno più lenti di 90 secondi rispetto alle generazioni intercettate all’inizio dello studio, ovvero nel 1964. Lo evidenzia uno studio ripreso da alcuni fonti con il titolo di slowpoke generation (il termine slowpoke in inglese identifica infatti una persona ottusa, lenta) che è durato 46 anni (sino al 2010), coinvolgendo ben 25 milioni di bambini provenienti da 28 Paesi differenti e raccogliendo e integrando le conclusioni di 50 precedenti ricerche.

    La ricerca, promossa dalla School of Health Sciences della University of South Australia e presentata all’appuntamento annuale dell’American Heart Association, punta il dito contro l’obesità infantile, richiamando la necessita di un esercizio fisico costante di almeno un’ora al giorno per i bambini. Questo preoccupante trend di decrescita della velocità media tra la popolazione giovanissima fa pensare a una generazione di ragazzini soprappeso con cattive abitudini di vita, anche se da una parte il concetto di sport è ben più affermato di un tempo.

    I ragazzini di oggi, stretti tra tempi scolastici ben più rigorosi e una miriade di attività nel proprio calendario settimanale, oscillano spesso tra più sport e altrettanti corsi, ma questa organizzazione del tempo giovanile (che talvolta fa pensare più a dei mini amministratori delegati che a dei ragazzini) mostra tutte le sue lacune, a fronte di un’iperattività associata troppo spesso a un’alimentazione scorretta e a stili di vita per nulla salutari. Si aggiunga il soprappeso ormai dilagante e ci si spiega senza alcuna difficoltà il fatto che bambini e ragazzini corrano sempre più lentamente. A dispetto di un’attività fisica spesso frenetica e di un’attenzione elevata alla forma fisica rispetto ai tempi passati, i ragazzini dimostrano infatti di correre molto più lentamente dei propri genitori e nelle prestazioni di resistenza si è perso dal 30 al 60 per cento. Secondo l’autore che ha guidato lo studio, Grant Tomkinson (della University of South Australia), la spiegazione sta infatti nella crescita della massa grassa tra i giovanissimi che spinge a dover riconsiderare le abitudini di vita e l’esercizio fisico, sia quantitativamente che qualitativamente, anche perché una condizione giovanile come quella fotografata dallo studio australiano è predittiva di una scarsa salute cardiovascolare negli adulti di un domani. E ‘importante dunque anche il tipo di attività fisica oltre alle modalità con cui viene fatta.

    «Bisogna sudare», sottolinea Michael Gwitz dell’American Heart Association, spiegando che l’esercizio fisico da ragazzi deve essere costante e deve occupare almeno un’ora del tempo, anche distribuito in piccole sessioni. Non stupisce infine che tra i giovani occidentali siano stati rilevati i tempi peggiori, ma va notato che ormai anche molti Paesi asiatici si stanno uniformando agli standard europei e americani. Corea del Sud, Cina e altre nazioni asiatiche hanno registrato tempi medi di velocità nella corsa persino peggiori rispetto ai bimbi e agli adolescenti americani. Deve esserci dunque uno sforzo condiviso da parte delle famiglie, della scuola e delle comunità a far sudare di più i ragazzi, perché come chiarisce Christopher Allen dela British Heart Foundation, «è ormai accertato che un’inattività fisica durante la crescita può avere delle implicazioni molto serie in futuro».

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